28 luglio 2005

15. casistica.

scrivo dal cuore di una notte romana, tra pochi minuti mi metterò in viaggio per giungere in prima mattinata a milano. scrivo dal cuore del mio più intimo smarrimento, dove i confini tra le cose si fanno labili e consumati, permettendo al tutto di sbavare nel tutt’altro.

nell’anima avvampano bramosie ardenti, folate di desideri delicati e commoventi. ho visto begl’occhi parlarmi su un divano discreto, farsi domanda e non domandare risposta alcuna. pensare all’inevitabile come a un dono del cielo. a una parentesi come ad una parentesi quadra, come a un quadro addirittura, forse.

non dimentico e sorrido, in un posto di me che nessuno ha mai visto. e poiché nessuno ha visto io sorrido.



faccio un caffè, e appena diego è pronto ci infiliamo in macchina. ho portato il disco di jorge drexler.

23 luglio 2005

14. pari opportunità.

"peccato che la natura abbia fatto di te soltanto un uomo, perché c’era la stoffa per fare di te una persona di valore ed anche un mascalzone."

johann wolfgang von goethe (1749 - 1832)

20 luglio 2005

13. alla fine del gioco.














gli occhi di michela esausti (e sudati) dopo che si è giocato senza freni.

18 luglio 2005

12. polisportiva bordone.

palpebre ribelli, serrate per lo spacco del pomeriggio, come saracinesche di piccoli esercizi commerciali di paese. e l’aria calda in alto è un grumo di sole sulla pelle.
“tutto è calma e volutta” dice.
i canali di scolo ai lati della strada raccolgono solo bastoncini di gelati e foglie larghe e ormai secche. le chiare case basse attendono sornione. e ornate di trecce di plastica sull’uscio, trattengono il respiro chiuse dal di dentro.
nelle loro pance umanità catartiche.


il mare non dev’essere lontano: nell’ora in cui nessuno vede, un che di salmastro si riversa sull’insegna del lotto, sulla bici catena slabrata appoggiata al muro, sulla panda bianca, su un mazzo di chiavi dimenticate e sul mio naso grosso di patata succulenta. e il mare, dicevo, con la sua corte viene e si distende, mette in chiaro il suo dominio; svolazzando fa con un gessetto di ruggine cerchi intorno alle cose, agli oggetti che gli interessano e procede oltre, ammonendo che passerà a riprenderli poi.




io non penso. semplicemente ciondolo, senza desideri e senza voglie. tra me e me mi annoio, e davvero non chiedo null’altro. mi basto nel vuoto respirare, nel vacuo posare lo sguardo sui quadratini di terracotta che ricoprono i marciapiedi; nell’avanzare con geometriche strategie sui miei passi. immagino di correre una maratona dalla speciale andatura che ho inventato io. immagino di tagliare il traguardo al palo del divieto di sosta. e di ricevere il boato del pubblico che, diciamo, già all’altezza del caseificio mi solleva sulle spalle e mi porta in meritato trionfo.




più tardi mi sa che chiedo a matilde se ci viene stasera con me alla sagra a sant’ilario…
ma poi vedrai che ci viene… oh, il fascino di un campione è sempre il fascino di un campione.

15 luglio 2005

11. credevo al dopo ed era il prima.

"aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l’ha creduto mai. fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io.
meno di questo, l’amore non è niente.



mi contavo i muscoli, le ossa, com’ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? lei cresceva, era un tempo di fichi d’india e una catena di baci esauditi. non avevo altro da desiderare oltre l’uscio dei baci.



era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a villa ada. avevo inchiodato al muro una camicia. si aprivano i bottoni e dentro c’erano due fotografie, sue. mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente. aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. mi ha preso stretto, come abbracciare l'inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi. non c’era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. chiuse la porta col tacco e mi spinse all’indietro verso il letto senza allentare l’abbraccio.
mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quelle bocche unite. non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora.
durò un’ora, di più di ogni per sempre. prima di andare rise della camicia al muro. è la mia crocifissione abbottonata. non glielo dissi che dentro c’era lei. non venne più. l’inverno ci staccava. era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi.
le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. credevo al dopo ed era il prima."


erri de luca (1950)

09 luglio 2005

10. entomologia per principianti.

il silenzio è stagnante, rotto da poche auto ritardatarie; e nel baricentro del lato oscuro del giorno le ore si fanno esse stesse lussuosi e complessi mezzi di trasporto per poter accedere a dimensioni insospettabili.
le nuvole violacee dietro la porzione del bosco qui davanti rivelano l’esistenza alle sue spalle di una fragorosa città, con tutta l’offensiva dei suoi riverberi urbani proiettata in alto nel cielo.

come sensori annoiati in un deserto dei tartari le foglie non rilevano il passaggio di alcun tipo di aria.
è una sera d’estate. e non si può pretendere di più.

la mia maglietta rossa con i bordi bianchi assorbe lentamente i miei umori, succhia come una cannuccia la leggera sudorazione di cui la imbevo, per offrirmi in cambio un sottile senso di disidratamento, pungente e vago, insufficiente a farmi alzare per andare in cucina a bere, ma altrettanto insufficiente per essere ignorato.




così faccio un po’ di conti. soppeso. tento l’eterno esercizio di abbracciare il tutto con un solo sguardo. di dominare l’intero con una sola occhiata. come mangiare un pasto in un boccone.
e vorrei mi fossero egualmente care l’idea, che so, di un figlio e un cartello di attraversamento pedonale. e vorrei da me nessuna discriminazione tra il mio più privato pensiero e, che so, i cocci di una tazza rossa.



saranno le tre quando mi viene in mente una sera di un po’ di tempo fa, alla spianata.
quella sera c’erano i moscerini e però anche le lucciole. e quella sera era un mucchio di tempo che io non ne vedevo una di lucciola. quella sera per vederle le lucciole si dovevano spegnere i fari dell’auto. e penso a quando v. , mentre si scendeva dritti dritti giù verso la pianura trafiggendo alberi e cespugli alti come persone, e il silenzio scuro – quello pece che certe volte ti inveisce fin nello stomaco – e lune piene e piccole bestie sorprese a ravanare compulsive nella loro solitudine, improvvisamente mi butta lì: ‘visto come sei? per farti andare veloce bisogna che tu non veda dove vai; perché invece quando riesci a vedere - non c’è niente da fare - tu prendi e rallenti’.

04 luglio 2005

9. breakfast.

piccola collana di corallo rossa, sottilissima, destinata a morire strappata, e due orecchini minuscoli altrettanto rossi come due gocce di sangue versate a imperlare lobi carnivori e carnosi. bianchi. nudi e già da soli succulenti, ed anch’essi destinati ad essere strappati con morsi dolcissimi e crudeli.



abbiamo fatto l’amore a lungo.
e poi abbiamo fatto colazione, e tu hai mangiato tanto, come al solito; e io ho preso solo un caffè, più un pezzetto di quella poltiglia alla quale un forno pigro ha impedito di evolvere in una farfalla-crostata di ciliege.
e ti ho guardata stupito e divertito fagocitare come un fenomeno da baraccone il salato e il dolce, senza il minimo criterio e senza la minima grazia.

tanto di tutto. tu sei così.

con un appetito di bambina, con espressioni di adolescente e una soddisfazione languida, compiaciuta e un po’ infantile di donna che sa di muoversi nel raggio d’azione degl’occhi di brace del proprio uomo.



ecco, qui invece sei sulla porta di casa; poco dopo.
gonna corta blu, camicia a strisce arancio, rosse e gialle. scalza in un sorriso bianchissimo che nasconde uno strapiombo di dolenze che a me procura delizie.
io esco una mezzora - più probabilmente un’esistenza intera - ma tu resta esattamente così, sull’ingresso. non ti muovere.
e invecchia e ammuffisci nei tuoi abiti, lasciali scolorire. fai che la tua pelle si sfibri e diventi macchiata e molle, che i tuoi capelli ora scurissimi e appena lavati diventino sporchi e canuti nidi per uccelli, che i tuoi denti si ricoprano di placca e piano piano ingialliscano e si perdano. scava i tuoi seni fino a farli diventare tasche cadenti e capienti per conservare i tuoi pensieri di grano.


poi io verrò, e ti preparerò un pasto degno, e tu mi parlerai intorno contenta; mi racconterai con parole incerte e sfuocate di essere felice, e di non desiderare altro che il retrogusto di questo impreciso e nudo smarrimento.

02 luglio 2005

8. massimi sistemi.

instrucciones para dar cuerda al reloj

"allá al fondo está la muerte, pero no tenga miedo. sujete el reloj con una mano, tome con dos dedos la llave de la cuerda, remóntela suavemente. ahora se abre otro plazo, los árboles despliegan sus hojas, las barcas corren regatas, el tiempo como un abanico se va llenando de sí mismo y de él brotan el aire, las brisas de la tierra, la sombra de una mujer, el perfume del pan.

¿qué más quiere, qué más quiere? Átelo pronto a su muñeca, déjelo latir en libertad, imítelo anhelante. el miedo herrumbra las áncoras, cada cosa que pudo alcanzarse y fue olvidada va corroyendo las venas del reloj, gangrenando la fría sangre de sus rubíes. y allá en el fondo está la muerte si no corremos y llegamos antes y comprendemos que ya no importa."


julio cortázar (1914 - 1984)