29 giugno 2009

73. andata e ritorno.

scusate l'uso personalistico di questo blog (sorrido), ma una cosa ve la devo - ve la voglio - proprio consigliare: è "ida y vuelta", il nuovo album dei kantango.
ci ho indegnamente messo un po' le mani anch'io, e me le sono "sporcate" molto, molto volentieri.
il risultato? se vorrete potete trovarlo qui: http://www.kantango.it/


15 gennaio 2009

72. nelle mani di altri.






mi rimetto nelle mani di altri. che dura lezione ogni volta. cesoie alle dita tagliare il cordone con qualcosa che è stato tuo soltanto per mesi, anni. è il severo esercizio dell'equilibrio, della nudità, dell'essere esposti agli abbracci o alle pietre. al disinteresse o a un qualsiasi genere di conforto.
si staccano i piedi da terra, si spicca il salto, il saltimbanco rinuncia alla rete, infine; dopo tutte le prove possibili. si pone l'orecchio per sperare in una eco benigna, dopo aver gridato in silenzio se stessi.

inforco nuovamente la bici, dopo anni, per tentare ancora la salita, la montagna ogni volta più alta; e mi rendo ben conto che le mie gambe non sono le sole cose sulle quali dovrò contare, mi serviranno - anche e più - ciascuna delle spinte che vorrei poter incontrare per strada: le mani degli altri.
un bagno di umiltà che ti lava le viscere. l'ennesimo battesimo che ti cambia ancora i connotati.
è la genesi, la ricostruzione di un uomo. alla quale assiterete e parteciperete; se lo vorrete.
per farlo portate qualcosa di vostro. io ci ho messo del mio.
benvenuti, a maison maravilha.


18 luglio 2008

71. la nuova stagione.












le "prime pietre" di una nuova stagione sono state posate. non nascondo una sensazione di sospensione e di curiosità.
e attendo che arrivi quel momento in cui potrò fare un passo indietro, e vedere l'insieme; completo.
intanto, condivido con voi questi primi pochi scatti, testimonianze di quanto sta accadendo.

17 febbraio 2008

70. au revoir.

con qualche giorno di ritardo, dopo aver fatto i conti con un tanto sottile quanto sfuggente dolore, rivolgo il mio personale e devoto saluto ad henri salvador, con il quale avrei dovuto e voluto dedicarvi un duetto per il mio prossimo disco.

08 ottobre 2007

69. tornare a casa.

recentemente vi ho brevemente parlato di "casa"...
beh - strani scherzi - il cerchio sembrerebbe chiudersi: il 20 ottobre torno a casa. con un concerto a napoli.
mi piacerebbe ritrovare in quell'occasione ciascuno di voi.
ecco, tutto qui.

17 agosto 2007

68. dalla casa nuova; in basso i girasoli piantati.

08 maggio 2007

67. memento.

memento audere semper;
memento gaudere semper.


(ricorda di osare sempre;
ricorda di godere sempre)

15 marzo 2007

66. se arriva l’inverno, può la primavera essere lontana?

proprio in questi giorni avverto il chiudersi di un ciclo che si perpetuava da un certo tempo; intuisco il lento geologico ridisporsi di rocce e zolle di terra, di millepiedi, radici e fili d'erba, per favorire il formarsi di un sottile passaggio nel paesaggio, di una feritoia, che origini il fluire di un qualcosa che chiede ormai strada dal sottosuolo.
e prendo spunto dal bellissimo titolo di un libro* che - inatteso - mi è arrivato in dono proprio stamattina, e che sposa perfettamente la celebrazione della stagione acerba che fa capolino, non solo dal balcone bagnato di sole (oltre che dalle piastrelle color malva che ne riflettono languide, erotiche e feline il baluginìo) quanto piuttosto da una più intima percezione che (s)coinvolge i miei sensi.


mi sto riaprendo alla fecondità.
è questo forse quanto il mio sangue, che sento circolare con maggiore impeto e voluttà, viene a dirmi.
mi accorgo di essere nuovamente fertile, e il ciclo delle stagioni che si rinnova mi bacia in bocca, con saliva e innocente malizia. e ne fa una questione di polline e di frutti, di una ineluttabilità che mi rivoluziona e mi consola; ancora una volta.


sicché eccomi, a raccogliere le energie come in un fascio di fiori di campo: non ne cerco necessariamente il senso, non l’ordine. ma le lascio l’una accanto all’altra con le loro diversità, le loro differenti direzioni e le loro disomogenee e a volte sgraziate pulsioni. e mi dà gioia vederle abitare almeno per un istante tutte assieme il mio pugno, poco prima di aprire la mano e lasciarle libere.

se anche arriva l’inverno, può la primavera davvero essere lontana?



(* franco tizian - 'se arriva l'inverno, può la primavera essere lontana?' - edizioni dell'autore)


02 marzo 2007

65. para que el pais sea un puño apretado.

non sono un fanatico del calcio, ma dovete ascoltare un pezzetto della popolarissima radiocronaca di victor hugo morales fatta durante il secondo gol di maradona contro l'inghilterra, ai mondiali dell'86.


dovete pensare che i commenti di morales sono talmente mitici da aver spinto molti musicisti argentini ad usarli all'interno delle loro composizioni più sperimentali
.
personalmente trovo che alcuni punti del testo in questione abbiano forti affinità con una certa poesia popolare; quel tipo di poesia che sa parlare di rinascita e dolore; del desiderio stesso di riscatto di un intero paese.

qui trovate il file audio, a seguire un personale e indegno tentativo di traduzione.

"...la tocca per diego, la tiene maradona...
lo marcano in due, avanza con la palla maradona...
parte sulla destra il genio del calcio mondiale,
lascia sul posto un terzo uomo e passa a burruchaga...

sempre maradona! genio! genio! genio!
ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta... e goooooool... e gooooool...

voglio piangere! dio santo! viva il calcio!
golazo (intraducibile n.d.r.)! diegol! maradona!
mi viene da piangere perdonatemi...
maradona, in una corsa memorabile...
nella giocata di tutti i tempi...
barilotto cosmico... da che pianeta venisti
per poter lasciare sul campo così tanti inglesi?
perché il paese sia un unico pugno stretto,
gridando per l'argentina...
argentina 2 - inghilterra 0...
diegol, diegol, diego armando maradona...

grazie dio... per il calcio... per maradona...
per queste lacrime...
per questo...
argentina 2 - inghilterra 0..."

09 febbraio 2007

64. considero valore.

"considero valore ogni forma di vita,
la neve, la fragola, la mosca.
considero valore il regno minerale,
l'assemblea delle stelle.
considero valore il vino finché dura un pasto,
un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato,
due vecchi che si amano.

considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
considero valore tutte le ferite.
considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordarsi di che.

considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca, la pazienza del condannato,
qualunque colpa sia.
considero valore l'uso del verbo amare
e l'ipotesi che esista un creatore.

molti di questi valori non ho conosciuto."


erri de luca (1950)

01 febbraio 2007

63. fatte le debite proporzioni.

stavo leggendo di questo artista contemporaneo australiano di nome ron mueck. le sue opere mi impressionano molto, piacevolmente intendo; i suoi titani di silicone, fibra di vetro e resina riescono ad evocare dettagli che normalmente passerebbero inosservati. unghia tagliate male, sguardi vinti, pieghe della pelle. espressioni sature. e nel suo insieme tutto diventa eloquente ed evidente; tutto si permea di un sudario oscuro e dolente, io sento.
c'è questa galleria del washington post incentrata sulle sue creazioni.

mi piacerebbe conoscere la vostra opinione a riguardo.

10 gennaio 2007

62. con le migliori intenzioni.

"risplendere! risplendere sempre!!
è la parola d'ordine mia e del sole."


vladimir vladimirovič majakovskij (1893 - 1930)

19 dicembre 2006

61. mi ricordo, si... mi ricordo.


















dieci anni fa. il 19 dicembre 1996, davamo l'arrivederci a marcello mastroianni.
io l'ho conosciuto al rovescio, iniziando quasi dalla fine, da "verso sera", dal film del '90 diretto da francesca archibugi.
fu colpo di fulmine. ancora adesso non so esattamente cosa mi colpì di quella faccia, di quello stile; però ricordo che pensai immediatamente che se un giorno mai avessi avuto l'opportunità di diventare un uomo di età matura, se ci fossi arrivato, è più o meno così che sarei voluto essere.

16 dicembre 2006

60. sul filo.

"se tracci col gesso una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso. se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l'aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi del mondo. ciò che conta è tutto dentro di noi; da fuori nessuno ci può aiutare. non essere in guerra con se stessi, vivere d'amore e d'accordo con se stessi: allora tutto diventa possibile. non solo camminare su una fune."

hermann hesse (1877 - 1962)

12 dicembre 2006

59. prima il giallo nel marrone, poi il verde; infine il violetto, il blu e forse il rosso.

tempo fa ho seminato la promessa di una pianta.
ho scelto il tipo di semi da piantare secondo un criterio tutto mio, che con tutto aveva a che vedere tranne che con la ragionevolezza. li ho seminati fuori stagione, avversi alle condizioni climatiche, e contro ogni buon senso.
per lungo tempo non ho saputo come favorirne la crescita: ho innaffiato la terra ogni giorno, sbagliando forse la quantità d’acqua, e probabilmente anche l’esposizione alla luce. scettici rispetto al mio tentativo, tre o quattro fiorai hanno alzato le sopracciglia con un vago sorriso canzonatorio dando i miei semi per spacciati in partenza quando gli raccontavo cosa stavo cercando di fare: "se pure anche solo arriveranno a germogliare, non reggeranno alla prima notte fredda" mi dicevano tutti.
e in verità così è stato, in parte: nel mese di settembre i germogli hanno bucato la terra e si sono fatti vedere, erigendosi per circa un millimetro… ma, dopo un paio di notti, molti di essi giacevano secchi e abbattuti. così ho cambiato la posizione del vaso, ho cominciato a innaffiarli in una maniera più abbondante e diversa (usando un vaporizzatore in luogo di un comune innaffiatoio, e dirigendo il getto dell'acqua in particolare alla base dei germogli); e soprattutto ho preso nastro adesivo, buste di plastica trasparente e quattro spiedini di legno e ho costruito una rudimentale serra, per fare in modo che i germogli avessero una temperatura un po’ più costante. ho completato la terapia spostando il vaso sotto al muro del mio balcone nei giorni di pioggia, e addirittura dentro casa nelle notti che ritenevo potessero essere troppo rigide.



tempo fa ho seminato una pianta; fuori stagione e contro ogni buon senso...
...in cambio oggi ho tanti fusti rigogliosi alti una quindicina di centimetri e verdissimi; che nel pomeriggio di oggi metterò a dimora, ovvero trapianterò nei loro vasi definitivi.
in essi vedo la lezione della caparbietà, della ostinazione e del coraggio. me ne ricordo ogni mattina, quando prima ancora di vestirmi vado a innaffiarli e a rendergli un saluto.



tempo fa ho seminato una pianta; quando tutto mi diceva di lasciar stare, che non ne valeva la pena. che non era il tempo.
e non avevo ancora intuito la vera metafora di tutto questo, e quanto in realtà
seminando loro stavo seminando qualcosa di buono per me in me.

24 novembre 2006

58. fiat clip.

dopo quanto detto (nel post n.50)... ecco quanto fatto.

15 novembre 2006

57. (senza titolo)

da un amico ho ricevuto questa email, ve la inoltro:
"il 27 dicembre 2006 passeranno le ruspe sul canile del termine (sesto fiorentino - fi) con dentro 600 cani e 100 gatti.

per evitare questo massacro firma e fai girare la petizione online. la petizione, a cui tutti sono invitati a partecipare, si puo' sottoscrivere all'indirizzo: http://www.unioneamicidelcaneedelgatto.it/petizione.htm inserendo i propri dati e ciccando sul link che si riceverà nella propria casella di posta."

13 novembre 2006

56. réclame y filosofía.

"osservate con quanta previdenza la natura,
madre del genere umano,
ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia.
infuse nell'uomo più passione che ragione
perché fosse tutto meno triste.

se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza,
la vecchiaia neppure ci sarebbe.
se solo fossero più fatui, allegri e dissennati
godrebbero felici di un'eterna giovinezza.
la vita umana non è altro che un gioco della follia.

il cuore ha sempre ragione."

erasmo da rotterdam (1466/1469 – 1536)

31 ottobre 2006

55. check-in.

mentre nel nero cuore della notte sorvoliamo il mediterraneo, il personale di bordo distribuisce bevande. e mi accorgo di sentire come un morso il desiderio di essere a casa.
"per me un bicchiere di rosso, per favore".
sono stanco; nelle mie scarpe, nella mia t-shirt blu, nelle gomme da masticare prese in un bar a chueca, nei dischi comprati in centro, nella biancheria da lavare che dorme nel mio bagaglio a mano, nelle unghia cresciute negli ultimi tre giorni, nella barba incolta che mi accarezzo mentre leggo.

in questo cilindro di metallo che separa lembi di cielo, mi accompagno con gratitudine alle mie domande, alle mie innocue rivelazioni, e penso a un passaggio di un libro che dice “sentirsi soli anche se si ha una casa in cui tornare, anche se si è amati, forse questa è la giovinezza”.

24 ottobre 2006

54. quella volta che facevamo volare l'aquilone e mi hai detto: "...zio goo ti vogo bene".

02 ottobre 2006

53. dentro un raggio di sole.

"dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,
talvolta vediamo la vita nell'aria.
e la chiamiamo polvere."


stefano benni (1947)

25 settembre 2006

52. per confermare la regola.

non sono solito proporre appuntamenti, però di tanto in tanto - quando l'occasione la merita - un'eccezione bisogna pur concedersela.
sicché, per il prossimo giovedì 28, vi segnalerei questo.


05 agosto 2006

51. essere umano/essere umani.

affidando certi miei pensieri alle righe di questo blog (che registra non più di un centinaio di visite al giorno e che - oltre a non nascere con questo intento - non ha ne' il potere ne' i numeri per fare alcun tipo di propaganda) ho generalmente preferito rinunciare a discutere sia di musica (spesso) che di politica (sempre). ho cercato invece di guardare all'uomo, con un occhio clemente e costruttivo, con una specie di irriducibile fiduciosa curiosità.
a volte però, mi rendo conto di non sapere dove aggrapparmi per trovare il lato buono; e mi mancano del tutto gli specchi su cui tentare di arrampicarmi.

guardando certe cose non entro nel merito delle ragioni o dei torti, non è questo; ma entro nel merito di un senso viscerale di pena. sono confuso. e avvilito. e non ve lo nascondo, in questo istante provo disagio anche solo ad essere persona.
perdonate lo sfogo.

27 luglio 2006

50. normalmente.














una piccola immagine (il resto a settembre) di un video semplice semplice con il quale abbiamo desiderato accompagnare "normalmente", la prima canzone dei kantango.
con lo splendido contributo della mia amica patrizia laquidara e del certamente meno affascinante scrivente.

15 luglio 2006

49. non la teoria, ma la pratica.

"que el pan es más pan cuando ha habido esfuerzo".

28 giugno 2006

48. autobiografia in un capitolo breve.

ogni sera, quando mi spoglio, rimango incantato da un piccolo cespuglio di peli bianchi che campeggia tra i peli neri del mio petto. li guardo, con calma, senza alcuna ansia, e sento che tutto quel che vivo in me lascia un segno.
accade così che provo una grande indulgenza verso me stesso, verso il mio corpo; succede che del mio corpo percepisco tutta la bellezza del suo cambiamento.

oggi ero turbato, incline all’amarezza e al disincanto. poi stasera, mentre a torso nudo mi lavavo i denti, come sempre lo sguardo è caduto sui peli bianchi in cima al mio petto, e con tenerezza ho capito che ogni cosa era al suo posto.

04 giugno 2006

47. ...e in questo momento i tuoi occhi che orizzonte guardano?

21 maggio 2006

46. andata/ritorno/e ancora andata.

che approdo?
nessuna rada, per me.
è un eterno viaggiare il mio contrappasso in vita,
la pungolatura di un profumo sempre distante un palmo di troppo;

ti inseguo, cambi volto.
ti schermisci in efelidi,
in un cerchio d’argento a un dito,
o in capelli tagliati da sola, di tua stessa mano,
nella nostra casa, che era estate piena.

e la mia esistenza si compie in un posto vuoto al mio fianco.
oggi ho letto che “il destino ti attende
sulla strada che hai fatto per evitarlo...”
e senza farne un dramma, mi abbandono a un pianto,
affranto e sollevato al tempo stesso.


16 aprile 2006

45. stamattina.

come la cantavo stamattina; il sole nella stanza.

20 marzo 2006

44. un uovo al mare.

sono quasi le sei del pomeriggio di un giorno nato contrariato e nuvoloso. e accendo delicatamente la lampada del mio tavolo da lavoro. la tenue luce avorio getta un sudario di clemenza su ogni cosa, ogni oggetto espira sollevato, la tensione che la luce diurna naturalmente spesso conferisce ad ogni superfice si allenta, fino quasi a placarsi.
pensavo che è qualche giorno che mi sento come un’occasione non colta, irrimediabilmente perduta nel mare delle varianti e delle possibilità. per usare un'espressione forse un po' forte è come essere un ovulo maturo che, per questo ciclo, dovrà lasciarsi appassire non fecondato, prima di rinascere e poter dar frutto, più in là nel tempo.
lo pensavo anche ieri mattina, che me ne sono andato al mare. e sono stato a lungo sulla spiaggia sotto un cielo di piombo, con gl’occhi impigliati chissà dove tra le isole lì in fondo, con la sensazione gentile di essermi un po’ perso. però anche pensavo che non è peccato perdersi, se c'è almeno un po' di verità quando certi vecchi dicono che "per poter apprezzare veramente qualcosa, bisogna averla persa almeno una volta".

28 febbraio 2006

43. i(n)spirazione/espi(r)azione

"non puoi aspettare l'ispirazione", diceva lo scrittore jack london. "devi inseguirla con un bastone. non aspettare l'ispirazione. inseguila con un retino per farfalle, una canna da pesca, un contenitore per insetti, un guinzaglio, una caramella, un'esca succosa, un argomento convincente e un po' di sincera adulazione".

27 febbraio 2006

42. eu não existo sem você.

eu sei e você sabe
já que a vida quis assim
que nada nesse mundo levara você de mim
eu sei e você sabe a distancia não existe
e todo grande amor só é bem grande se for triste
por isso meu amor não tenha medo de sofrer
pois todos os caminhos me encaminham pra você

assim como o oceano só é belo com o ar
assim como a canção só tem razão se se cantar
assim como uma nuvem só acontece se chover
assim como o poeta só é grande se sofrer
assim como viver sem ter amor não é viver
não há você sem mim
e eu não existo sem você


("eu não existo sem você" maria bethânia)


13 febbraio 2006

41. glicine.

mi fletto piano di lato.

lo stelo magro dei miei fianchi nudi si inchina
come all’invito impetuoso di un soffio.
come a favorire un incontro antico,
concepito al di là della legge onorata
dell’uomo e di dio;
più forte di me, della mia vita,
del mio credo
e del mio destino.

06 febbraio 2006

40. capriole.

viene una mattina che il tuo digiuno precipitosamente s'interrompe, che svegliandoti i tuoi piedi hanno smesso di essere radici ostinate, che nottetempo è come se ti avessero scartavetrato via ogni residuo di antiche e superflue illusioni.
e durante il tuo sonno leggero tutto si è segretamente disposto alla partenza: le tue valige tramano già allineate e pronte e fumanti all’ingresso, il caffè spande odore forte di principio, la memoria si deframmenta per allocare i ricordi che verranno, sul tuo naso brilla un sole giovane che odora di gioco e sfida. nella tua mano biglietti fragranti, per corriere dirette verso nuove voglie e nuovi desideri.

io dico che non so bene come funzionano queste cose. si, non so com'è che una mattina apri gl’occhi e hai come delle capriole nello stomaco, e che l'orizzonte ti appare come una scintilla originale da mangiare a morsi larghi; ma in definitiva la faccenda si potrebbe riassumere nel fatto che sei vivo. e questo, insomma, direi che stamattina mi suona come un segreto indicibile, toccato in dote miracolosamente a me.

15 gennaio 2006

39. sulla soglia.

sulla punta delle labbra ho parole che evaporano, confuse dalla loro stessa nudità. non so dirti nulla che non mi appaia così scandalosamente di troppo, sicché vorrei solo potessi vedermi, emozionato al di qua di questa soglia. grandi e tremanti occhi di cera, le mani raccolte in una noce, i pensieri tenuti in un pugno.

in là invece un orizzonte più bianco dell’inverno e un cielo che promette neve e perfezione. in qua resto io, che attendo calmo e felice di udire i tuoi primi passi sulla strada sterrata, che dal cancello dipinto a mano conduce fino alla mia porta di acero.

sarà in quel momento che tenterò di tenere a freno il mio cuore, che vorrà fendere la mia cassa toracica per precipitarsi fuori per primo, capriccioso, spoglio e sgomento di tanta gioia!
come potrò terrò forse a bada le mie mani che da sole vorranno estorcere alle tue tutte le carezze perdute!
se riuscirò serrerò le mie labbra perché non ti mordano nella foga di risarcirsi ripide dei baci mai avuti!
ma ciò che di certo - ti dico - non potrò fare, è chiedere a miei piedi di sedere quieti, e di rinunciare ad accoglierti con un ballo, il più lento e appassionato che conosco, mia preziosa.



sicché vedi, ti attendo qui. su questa sedia che sai, in questa casa che sai. sulla punta delle labbra ho parole che evaporano, confuse nella loro stessa nudità.
tu vieni. tu solo vieni.
solo vieni.

04 gennaio 2006

38. 47 volte lisboa.

desiderata a lungo, per anni assiduamente corteggiata, e due volte crudelmente e languidamente sfiorata... il 23 finalmente incontrerò lisbona. occhi negl'occhi.

perché lisbona? beh, grazia (dal pulpito di questo sito) suggerisce 47 buone ragioni. devo dire che a me ne sarebbero bastate molte di meno; ma, a scorrerle, le sue mi sono comunque sembrate tutte terribilmente belle e invitanti (fatta eccezione per quelle sul cibo a base di animali…).

sicché, a voi domando: consigli? posti da vedere? ristorantini? angoli nascosti? segreti? sono tutt'orecchi.
attendo i vostri suggerimenti. anche quelli di chi non c'è stato mai a lisbona, e che magari ha solo letto qualcosa di interessante da qualche parte su questo posto meraviglioso.
in cambio, se mi dite il vostro indirizzo, vi manderò volentieri una cartolina...

grazie mille anticipatamente a tutti.

***

lisbona perché...
(di grazia, da http://www.cisonostato.it/page.php?id=846)

1. perché maiale e vongole vengono cucinati insieme e nessuno ci trova nulla di strano;
2. perché in cucina si usa il coriandolo;
3. perché il tejo è grande come il mare;
4. perché il caffè è buono come quello italiano;
5. perché il vento arriva direttamente dall’america;
6. perché gli uomini riescono ancora a commuoversi e nessuno se ne vergogna;
7. perché cabo da roca è il punto più a ovest d’europa;
8. perché ci sono 365 ricette per cucinare il baccalà;
9. perché il fado ti entra dentro e ci rimane;
10. perché l’electrico 28 è solo qui;
11. perché a giugno ci sono stati gli europei di calcio;
12. perché il portogallo ha perso la finale e i portoghesi hanno fatto festa lo stesso;
13. perché sembra che l’aereo atterri proprio in mezzo alla città;
14. perché l’ha detto anche saramago;
15. perché è la città più romantica del mondo;
16. perché bisogna assaggiare la ginjinha almeno una volta;
17. perché l’uomo della ginjinha a volte ti dà anche 5 ciliegie;
18. perché davanti a un bicchiere di porto è facile fare amicizia;
19. perché gli italiani sono tutti a sharm el sheik;
20. perché se cerchi il mare trovi l’oceano;
21. perché se seduto al tavolino di un caffè ti senti pessoa potresti perfino scrivere un capolavoro;
22. perché le paste alla crema hanno un profumo sublime;
23. perché ancora prima di partire hai già voglia di tornarci;
24. perché il lunedì i musei sono chiusi e puoi fare il turista svogliato senza rimorsi;
25. perché il vino verde può essere bianco e anche rosso;
26. perché dulce pontes è portoghese;
27. perché anche i madredeus sono portoghesi;
28. perché la lingua portoghese è poesia;
29. perché il “caldo verde” è una zuppa che viene servita quasi sempre tiepida;
30. perché qui si capisce il vero significato della parola “multietnico”;
31. perché passeggiare al bairro alto è un’esperienza mistica;
32. perché perdersi nell’alfama è bello e poi sai che tutte le strade portano al tejo;
33. perché i bambini giocano ancora per strada;
34. perché puoi guardare per ore le facciate dei palazzi senza annoiarti;
35. perché si sente la musica per la strada;
36. perché ci sono i marciapiedi più belli del mondo;
37. perché il latte alla portoghese esiste davvero;
38. perché nelle acque del tejo ci sono i delfini;
39. perché al palacio da pena di sintra pare di stare a disneyland;
40. perché si fanno le corride ma il toro non muore;
41. perché la domenica mattina l’ingresso ai musei è gratis;
42. perché al museu nacional do azulejo si può anche pranzare;
43. perché è su sette colli come roma;
44. perché riesco ad orientarmici perfino io;
45. perché sant'antonio da padova è nato a lisbona;
46. perché a belém c’è il monumento ad amalia rodriguez;
47. perché la “saudade” è un bellissimo modo di essere;

24 dicembre 2005

37. mani in pasta.

ieri notte ho fatto i biscotti. coi pezzi di cioccolato fondente e la cannella. ti piaceranno.
li ho fatti nel mio maglioncino celeste a ‘v’ con i rombi scuri, li ho fatti con le maniche tirate su.
li ho fatti chiacchierando con s. di futuro e lamentandoci periodicamente del fatto di aver avuto l’idea di fare biscotti che richiedessero tanto impastare.

e si che per impastare ho impastato; ballando su una agguerritissima selezione di canzoni anni ’70 tenute basse basse. il neon bianco della cucina come ultima sentinella a difendermi dal concetto stesso di oscurità.
mentre affondavo le mie mani in quell'argilla vegetale, qualche sms mi richiamava inaudito dalla sponda del letto.


ieri notte ho fatto i biscotti. con le mandorle a pezzi, e un aroma leggero leggero alla vaniglia.

21 dicembre 2005

36. sulla curiosità e sullo stupore.

"se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un'arma contro la rassegnazione, la paura e l'omertà.
all'esistenza di orrendi palazzi sorti all'improvviso con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. è per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l'abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore."
(da 'i cento passi', di marco tullio giordana)

personalmente voglio vivere ad occhi sgranati. se si potesse ne vorrei un paio come quelli di giorgia stasera, grandi come olive di gaeta, eccitati e immersi nella loro insperata doppia porzione di gelato al cioccolato. o come quelli di alessio, coi suoi due piccoli laghi ingenui.
o come anche gli occhi di c. pulsanti e trasparenti; che vorrei saper nutrire di tasca mia con quanto di più bello conosco, che vorrei saper celebrare con la sorpresa semplice di fiori bianchi da un cappello a cilindro. gli stessi occhi che pagherei con la mia stessa felicità per saperli sgravati da ogni nuvola.




prima di andare e dormire, voglio approfittare di questo post - scritto coi piedi alle 4.45 del mattino (e quindi reso sgangherato e anarchico come mai dalla stanchezza e dai tanti chilometri percorsi) - per dire che adoro i miei amici. e che la loro presenza mi salva. e mi rende una persona davvero scandalosamente fortunata.

buonanotte.

18 dicembre 2005

35. farla facile.

"vivi come credi
fai cosa ti dice il cuore.
ciò che vuoi, una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
canta! ridi! balla! ama!
e vivi intensamente ogni momento della tua vita...

prima che cali il sipario e l'opera finisca...
senza applausi."

charlie chaplin (1889 - 1977)

12 dicembre 2005

34. febbre.

ho la febbre. è un po’ che non accadeva, e scopro che tornare ad aver febbre è bene, è di buon conforto. e di magnifico auspicio. avere febbre mi ricorda con un gentile monito tutta la mia fallibilità. perché certe volte evoco certe tempeste in me, la furiosa rivoluzione del mio ordine a ragione o a torto costituito, e con la febbre riesco a rimescolare le carte, dolcemente e quasi senza fatica, con un sapore che mi punge forte in bocca.
vorrei infatti che la mia febbre si facesse per me fuoco, come un incendio che radesse al suolo le mie intenzioni, aspettative, ferite e illusioni tutte.


ho la febbre. e nonostante ciò di febbrile non ho sinceramente granché. ne’ parole, ne’ gesti, ne’ sentieri. solo avanzo metro a metro con un diavolo in corpo che brucia, ed è curioso sentire come di portare un piatto caldo all’altezza della gola a spasso per la casa, come un vocabolo di incandescenze sulle mie labbra esauste e arroventate.


quando ho la febbre – se la febbre proprio non mi incenerisce – io mi vesto ugualmente al mattino, anzi spesso con maggiore cura e fierezza del solito. e cerco magari un accessorio elegante, anche solo un nastro colorato, da appuntarmi al bavero della giacca e a margine dei pensieri. e allora mi sento radioso, inarrivabile. certo una volta ancora che dalle ceneri di quel che sono appena stato, e che una generosa febbre ha definitivamente consegnato al ricordo, sorgerà la teoria di una nuova origine, che nelle mie tasche tremanti e nelle mie narici arrossate, odora già di fragrante promessa.

06 dicembre 2005

33. insegnare per io per primo imparare.

mi piacciono le nuove sfide, e a gennaio inizierò a tenere questo corso: "il cantautore moderno: un corso di composizione e di gestione della carriera artistica"... un'occasione per raccontare in maniera pratica, a chi vorrà ascoltare, come vedo io lo scrivere musica per il 'mercato moderno' sfidando le regole 'mercato moderno'.

provate a dare un'occhiata
qui.

26 novembre 2005

32. ovunque sei, tu sei.

mi sono alzato infinitamente presto in questo sabato mattina; e - serrande ancora abbassate - dopo aver lungamente cercato come rispondere ad un'esigenza indefinita, capricciosa e sfuggente, ho capito.

e ho messo su 'solitude' di billie holiday.

ora tu dormirai da qualche parte, ma in realtà non lo sai, in questo istante balli con me. confusa da un sonno ancora feroce per quelli che sono i tuoi orari, ma che non ti impedisce di sorridere abbandonata. lieve e scapigliata, da dietro l'avamposto delle tue preziose labbra coralline.

09 novembre 2005

31. il gioco che gioco con te.

"trovate una seconda gratificante personalità, che sia un samurai elettrico o una improbabile geisha con le adidas ai piedi. abbandonate la vostra personalità originale ogni volta che sale la nebbia e il vento spazza via le case per rientrarvi solo quando il sole splende di nuovo e gli uccellini hiraguku dal piumaggio color foglia-di-pesco-effetto-rugiada tornano a mostrarsi. non è vergogna, essere due persone in una."

da "metheopathy & meteorism", kodansha press, tokyo 1985

27 ottobre 2005

30. per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

è nell'istante in cui poggi il primo piede che è raccolto tutto.
l'esatta portata del tuo viaggio, il reale raggio d'azione interessato dai tuoi movimenti sono custoditi, a ben vedere, in quel primo stampo della tua pianta contro il suolo.
si tratta come di un registro, liberamente consultabile da un qualsiasi paio d'occhi accorti, in cui tu devi necessariamente dichiarare - come a una zelante dogana - non solo le tue intenzioni conscie e inconscie presenti e future, ma quello che è l'intero e interminabile passato che ti ha condotto fin li, fino a quel preciso e distinguibile passo.



ecco, è dunque con questo spirito che, ancora seduto su questo muretto di via carabellese, stringo i legacci delle mie scarpe sportive fiammanti, stabili e perfettamente ammortizzate. che annuso l'aria (io animale - prima di ogni altro senso - di olfatto) e cerco di radunare in un solo punto di me, forze di generi diversi e consapevolezze varie. come provviste. prima di sollevarmi e decidere, con un sapiente colpo di coda, d'occhio e istinto, quale sarà il punto di questo terreno giallino, friabile e antico in cui irreversibilmente svelare me stesso.

l'aria dell'aurelia e dei suoi campi coltivati a grano, che dalla città si stemperano in una campagna ancora padrona e autoritaria - anacronistica in questi tempi di furiosa urbanità - mi fa inequivocabilmente segno d'esser anch'essa pronta.
dunque io vado. io chiudo gli occhi che proprio non lo so, ma è che scoppio di felicità e vado.


21 ottobre 2005

29. dopo il beep.

c'è una segreteria in funzione. se vi pare. (+39)06.452217531

11 ottobre 2005

28. le prime castagne della stagione.

viene un giorno sornione, che non avresti detto. le uniche avvisaglie potresti individuarle forse, nel repentino e ingrato abbandono delle maniche corte, in favore di più savie e opportune maniche lunghe, o di indumenti a maglie più spesse e riparatrici.
i luoghi si rafforzano, i sughi si addensano di ingredienti corposi e strutturati. il tuo sguardo di timo, mia amata, si va riempiendo di lacrime più dense. tutto di te permea questa allegria dolente che fa seguito ai nostri pasti, che in fondo somigliano a noi stessi.
ed ecco che tu muovi le braccia più lentamente, disegni il perimetro delle cose con parole più sature. i tuoi sorrisi bruciano più calorie. è qui, tra le pieghe dei tuoi movimenti, che io scopro davvero l’ineluttabilità dell’autunno.
ed è in quel giorno - nella mattina di quel giorno - che mi piace regalarti le prime castagne di stagione.

non è nemmeno novembre.
e noi ci ritiriamo rituali come maree inesorabili. e il rumore della città si fa appannato e superfluo.
potremmo fare a meno di ogni varietà animale al di fuori del nostro letargo. le prime castagne della stagione sono corpi celesti immolati, giovannedarco messe al rogo per sancire che ti appartengo. e tu lo sai, perché mentre affondi i tuoi denti in un frutto bruciato e saporito, dall’aroma sacro, acre, amaro e scuro, appoggi il tuo sguardo al mio e, femmina e infinitamente paziente, accetti di lascarti morire in esso.

06 ottobre 2005

27. accoglienza viaggiatori.

un treno che mi attende a poche decine di metri. e un buco nella pancia che non so spegarmi.
accanto, intorno, nella testa, si affollano persone. un nugolo di viaggiatori. ecco cosa sono, ecco chi siamo.
sempre lo stesso disagio, sempre la stessa fame, di andare. e pure di restare.

stamattina non sono che un foglio trasparente, affascinante e bellissimo. nella mia elegante giacca blu, nel mio sorriso triste, nei miei occhi che tradiscono le mie stesse viscere.


è il momento. annuso l'aria, mi strappo di qui, e faccio il primo passo verso.

04 ottobre 2005

26. (senza parole)

26 settembre 2005

25. la stagione vessatoria.

(interno giorno. una cucina di mattonelle verdi, qualcuna spaiata. nell'aria suonano 'lhasa - con toda palabra' e 'lhasa - la marée haute')



come seme che prorompe, il caffè esce. satura con invadenza gli interstizi delle mie narici e mi seduce con sgarbo e poca eleganza. il suo sguardo è tracotante, presuntuoso e voluttuoso. io ne prendo a piene mani, strofinandomene l'essenza di terra per ogni parte. ne godo del piacere elementare e sofisticatissimo.

a te svenuta e inerme, confiderei parlandoti con leggerezza in un orecchio di aromi e macine.
te, occhi aperti che giaci sul pavimento in posizione scomposta, saresti costretta a subire racconti di raccolti, di mescole e misture. vessazioni di macerazioni lente, di piccole parole indecenti.
il tuo cervello registrerebbe elettricamente il tuo piacere, lottando spasmo a spasmo contro la legge che lo vorrebbe, invece, come carne morta.


21 settembre 2005

24. leyendo en una biblioteca pública.

"la poesía es un arma cargada de futuro"

gabriel celaya (1911 - 1991)


18 settembre 2005

23. quando si dice 'avere le idee chiare'.

perle di saggezza rubate al piccolo manifesto programmatico di michela.


16 settembre 2005

22. per dove? non so.

la casa si è affollata di piccoli inesperti esseri umani. un unico allarme di grida acute e divertite di la.

sul mio viso il sudario di una giornata che mi ha domandato tanto.
guardo un instante fuori, dove la danza di alberi tanto belli quanto supponenti, mi saluta quasi fosse un invito. per dove? non so.
è una felicità rapida, incerta, muta. che ha a che fare con tutto, anche con la polvere che ricopre il mio balcone e che dovrei pulire; o con il paesaggio irregolare della mia scrivania traboccante.
lontano un ombrellone a strisce orizzontali bianche e blu e una veranda. una bandiera del napoli che sventola disperata. la provincia all’orizzonte, che si dilegua in una leggera foschia.
laura ieri ha messo il suo primo dente, e sorride senza darsi pace.

07 settembre 2005

21. la quiete durante la tempesta.

che pioggia. sassi scagliati.
stamattina sono chiuso in casa, senza alcuna fretta. posso lavorare da qui, con tempi lentissimi.
ho il mio caffè caldo, ascolto un bel disco (tra cui una splendida canzone che si chiama ‘difendi questo amore’), ho addosso una t-shirt grigia e un pantalone di cotone blu leggero, piedi nudi, due occhi vivi, un’allegria da pochi soldi – irriverente verso un cielo così iracondo – e il desiderio di cavare qualcosa di buono da tutto questo.

forse vorrei fare l’amore.


01 settembre 2005

20. per dire.


è online la nuova versione di microcosmo dischi.
http://www.microcosmodischi.com


28 agosto 2005

19. succo-lento.

il sapore zuccherino dei fichi di delia è certamente per me l’essenza di questa estate. una estate passata ad affondare denti bianchi in polpa viola di frutti abbondantemente sciacquati con le mani; a godere dell’implodere a fiotti di una sensualità tutta vegetale: il primo istante pungentemente insapore che si faceva mansueto cavallo di troia per un esercito di succosi semi, ognuno con un patrimonio esplosivo di dolcezza, sufficiente per divellere la resistenza di ogni mia più tenace papilla gustativa.



ma nella già breve battaglia la mia lingua è la prima a cedere: arrendevole alla tentazione di scavare mulinellando languida nella carne sugosa, di tracciare un sentiero che non portasse a niente e da nessuna parte. ma che godesse del nudo viaggio attraverso canali vergini, e arterie illibate.



il giallo. l’arancio che tracima nel rosso. e l’incendio di un cuore scoperto, lasciato a boccheggiare a vivo e destinato ad esser divorato con brutalità. ed ecco anche rivoli di sangue fruttato fuggire ai lati di una bocca nuova, bramosa e voluttuosamente socchiusa alla furia cieca del sole di agosto.

04 agosto 2005

18. arrivederci.

domattina iniziano le mie vacanze. agognatissime. prima di chiudermi la porta alle spalle però, desidero consegnarvi un piccolo personale dono: un saluto, interamente e intensamente contenuto in una personale reinterpretazione di un brano che adoro dal titolo 'arrivederci'. spero vi piaccia.
potete venirvelo a prendere qui.

a ciascuno di voi auguro giorni di arricchimento e di semplice benessere. a me stesso - invece - di ritrovarvi tutti, nessuno escluso, un po' più in là, con un mucchio di cose da dire/dare.

vi abbraccio. vi sussurro grazie. e vi dico... 'arrivederci'.

e anche vi sorrido forte.


03 agosto 2005

17. chart.

oggi, per dire, prima in classifica in casa è 'on the sentimental side', nell'interpretazione di billie holiday. per dire.

01 agosto 2005

16. milonga del pesce lesso.

s’infittisce la rete di sguardi. il mutuo e muto commercio di proposte avanzate, sottese, gettate, respinte, ignorate, accettate, si fa ripido tra gl’invitati; un formicaio in fibrillazione. eccoci.
la musica qui nel balcone arriva più invitante, addomesticata dal tuo bel vestito chiaro. e vederti spuntare con due bicchieri di rosso, poi, meriterebbe tutto un capitolo a parte. ma non dico nulla.

intanto languore in qualche parte di me. mentre l’orchestrina per clarinetto basso, flauto, cajon, chitarra classica e contrabbasso esegue un pout-pourri di brani di gardel e di pugliese. mi gratto una tempia, mi prude un polpaccio. brutti segni dei tempi che corrono. ma mi ostino a non cedere alla tentazione di tuffarmi in un ballo che il mio senso del ridicolo non saprebbe sostenere. c. mi controlla e mi implora con lo sguardo di non fare scenate, di non rovinarle la festa; io sgrano gli occhi come un matto, come per dirle ‘guarda che lo posso fare da un momento all’altro; è un attimo e mi getto al centro della pista come un invertebrato’. ma intanto con un occhio da pesce lesso sgranocchio cereali tostati e cosucce mollicce che non saprei dire mentre – periscopio – passo in rassegna la tappezzeria. è deciso: la donna che amerò, non potrà non essere anche la mia fedele e ardente compagna di tango.

28 luglio 2005

15. casistica.

scrivo dal cuore di una notte romana, tra pochi minuti mi metterò in viaggio per giungere in prima mattinata a milano. scrivo dal cuore del mio più intimo smarrimento, dove i confini tra le cose si fanno labili e consumati, permettendo al tutto di sbavare nel tutt’altro.

nell’anima avvampano bramosie ardenti, folate di desideri delicati e commoventi. ho visto begl’occhi parlarmi su un divano discreto, farsi domanda e non domandare risposta alcuna. pensare all’inevitabile come a un dono del cielo. a una parentesi come ad una parentesi quadra, come a un quadro addirittura, forse.

non dimentico e sorrido, in un posto di me che nessuno ha mai visto. e poiché nessuno ha visto io sorrido.



faccio un caffè, e appena diego è pronto ci infiliamo in macchina. ho portato il disco di jorge drexler.

23 luglio 2005

14. pari opportunità.

"peccato che la natura abbia fatto di te soltanto un uomo, perché c’era la stoffa per fare di te una persona di valore ed anche un mascalzone."

johann wolfgang von goethe (1749 - 1832)

20 luglio 2005

13. alla fine del gioco.














gli occhi di michela esausti (e sudati) dopo che si è giocato senza freni.

18 luglio 2005

12. polisportiva bordone.

palpebre ribelli, serrate per lo spacco del pomeriggio, come saracinesche di piccoli esercizi commerciali di paese. e l’aria calda in alto è un grumo di sole sulla pelle.
“tutto è calma e volutta” dice.
i canali di scolo ai lati della strada raccolgono solo bastoncini di gelati e foglie larghe e ormai secche. le chiare case basse attendono sornione. e ornate di trecce di plastica sull’uscio, trattengono il respiro chiuse dal di dentro.
nelle loro pance umanità catartiche.


il mare non dev’essere lontano: nell’ora in cui nessuno vede, un che di salmastro si riversa sull’insegna del lotto, sulla bici catena slabrata appoggiata al muro, sulla panda bianca, su un mazzo di chiavi dimenticate e sul mio naso grosso di patata succulenta. e il mare, dicevo, con la sua corte viene e si distende, mette in chiaro il suo dominio; svolazzando fa con un gessetto di ruggine cerchi intorno alle cose, agli oggetti che gli interessano e procede oltre, ammonendo che passerà a riprenderli poi.




io non penso. semplicemente ciondolo, senza desideri e senza voglie. tra me e me mi annoio, e davvero non chiedo null’altro. mi basto nel vuoto respirare, nel vacuo posare lo sguardo sui quadratini di terracotta che ricoprono i marciapiedi; nell’avanzare con geometriche strategie sui miei passi. immagino di correre una maratona dalla speciale andatura che ho inventato io. immagino di tagliare il traguardo al palo del divieto di sosta. e di ricevere il boato del pubblico che, diciamo, già all’altezza del caseificio mi solleva sulle spalle e mi porta in meritato trionfo.




più tardi mi sa che chiedo a matilde se ci viene stasera con me alla sagra a sant’ilario…
ma poi vedrai che ci viene… oh, il fascino di un campione è sempre il fascino di un campione.

15 luglio 2005

11. credevo al dopo ed era il prima.

"aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l’ha creduto mai. fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io.
meno di questo, l’amore non è niente.



mi contavo i muscoli, le ossa, com’ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? lei cresceva, era un tempo di fichi d’india e una catena di baci esauditi. non avevo altro da desiderare oltre l’uscio dei baci.



era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a villa ada. avevo inchiodato al muro una camicia. si aprivano i bottoni e dentro c’erano due fotografie, sue. mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente. aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. mi ha preso stretto, come abbracciare l'inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi. non c’era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. chiuse la porta col tacco e mi spinse all’indietro verso il letto senza allentare l’abbraccio.
mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. entrò nel buio delle coperte e mi coprì tutto il corpo col suo. stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. le nostre parti combinavano una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quelle bocche unite. non erano baci, ma combaciamento di due pezzi. se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora.
durò un’ora, di più di ogni per sempre. prima di andare rise della camicia al muro. è la mia crocifissione abbottonata. non glielo dissi che dentro c’era lei. non venne più. l’inverno ci staccava. era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi.
le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo. credevo che quella visita era inizio per noi di più vasta vita insieme, era termine invece. credevo al dopo ed era il prima."


erri de luca (1950)

09 luglio 2005

10. entomologia per principianti.

il silenzio è stagnante, rotto da poche auto ritardatarie; e nel baricentro del lato oscuro del giorno le ore si fanno esse stesse lussuosi e complessi mezzi di trasporto per poter accedere a dimensioni insospettabili.
le nuvole violacee dietro la porzione del bosco qui davanti rivelano l’esistenza alle sue spalle di una fragorosa città, con tutta l’offensiva dei suoi riverberi urbani proiettata in alto nel cielo.

come sensori annoiati in un deserto dei tartari le foglie non rilevano il passaggio di alcun tipo di aria.
è una sera d’estate. e non si può pretendere di più.

la mia maglietta rossa con i bordi bianchi assorbe lentamente i miei umori, succhia come una cannuccia la leggera sudorazione di cui la imbevo, per offrirmi in cambio un sottile senso di disidratamento, pungente e vago, insufficiente a farmi alzare per andare in cucina a bere, ma altrettanto insufficiente per essere ignorato.




così faccio un po’ di conti. soppeso. tento l’eterno esercizio di abbracciare il tutto con un solo sguardo. di dominare l’intero con una sola occhiata. come mangiare un pasto in un boccone.
e vorrei mi fossero egualmente care l’idea, che so, di un figlio e un cartello di attraversamento pedonale. e vorrei da me nessuna discriminazione tra il mio più privato pensiero e, che so, i cocci di una tazza rossa.



saranno le tre quando mi viene in mente una sera di un po’ di tempo fa, alla spianata.
quella sera c’erano i moscerini e però anche le lucciole. e quella sera era un mucchio di tempo che io non ne vedevo una di lucciola. quella sera per vederle le lucciole si dovevano spegnere i fari dell’auto. e penso a quando v. , mentre si scendeva dritti dritti giù verso la pianura trafiggendo alberi e cespugli alti come persone, e il silenzio scuro – quello pece che certe volte ti inveisce fin nello stomaco – e lune piene e piccole bestie sorprese a ravanare compulsive nella loro solitudine, improvvisamente mi butta lì: ‘visto come sei? per farti andare veloce bisogna che tu non veda dove vai; perché invece quando riesci a vedere - non c’è niente da fare - tu prendi e rallenti’.

04 luglio 2005

9. breakfast.

piccola collana di corallo rossa, sottilissima, destinata a morire strappata, e due orecchini minuscoli altrettanto rossi come due gocce di sangue versate a imperlare lobi carnivori e carnosi. bianchi. nudi e già da soli succulenti, ed anch’essi destinati ad essere strappati con morsi dolcissimi e crudeli.



abbiamo fatto l’amore a lungo.
e poi abbiamo fatto colazione, e tu hai mangiato tanto, come al solito; e io ho preso solo un caffè, più un pezzetto di quella poltiglia alla quale un forno pigro ha impedito di evolvere in una farfalla-crostata di ciliege.
e ti ho guardata stupito e divertito fagocitare come un fenomeno da baraccone il salato e il dolce, senza il minimo criterio e senza la minima grazia.

tanto di tutto. tu sei così.

con un appetito di bambina, con espressioni di adolescente e una soddisfazione languida, compiaciuta e un po’ infantile di donna che sa di muoversi nel raggio d’azione degl’occhi di brace del proprio uomo.



ecco, qui invece sei sulla porta di casa; poco dopo.
gonna corta blu, camicia a strisce arancio, rosse e gialle. scalza in un sorriso bianchissimo che nasconde uno strapiombo di dolenze che a me procura delizie.
io esco una mezzora - più probabilmente un’esistenza intera - ma tu resta esattamente così, sull’ingresso. non ti muovere.
e invecchia e ammuffisci nei tuoi abiti, lasciali scolorire. fai che la tua pelle si sfibri e diventi macchiata e molle, che i tuoi capelli ora scurissimi e appena lavati diventino sporchi e canuti nidi per uccelli, che i tuoi denti si ricoprano di placca e piano piano ingialliscano e si perdano. scava i tuoi seni fino a farli diventare tasche cadenti e capienti per conservare i tuoi pensieri di grano.


poi io verrò, e ti preparerò un pasto degno, e tu mi parlerai intorno contenta; mi racconterai con parole incerte e sfuocate di essere felice, e di non desiderare altro che il retrogusto di questo impreciso e nudo smarrimento.

02 luglio 2005

8. massimi sistemi.

instrucciones para dar cuerda al reloj

"allá al fondo está la muerte, pero no tenga miedo. sujete el reloj con una mano, tome con dos dedos la llave de la cuerda, remóntela suavemente. ahora se abre otro plazo, los árboles despliegan sus hojas, las barcas corren regatas, el tiempo como un abanico se va llenando de sí mismo y de él brotan el aire, las brisas de la tierra, la sombra de una mujer, el perfume del pan.

¿qué más quiere, qué más quiere? Átelo pronto a su muñeca, déjelo latir en libertad, imítelo anhelante. el miedo herrumbra las áncoras, cada cosa que pudo alcanzarse y fue olvidada va corroyendo las venas del reloj, gangrenando la fría sangre de sus rubíes. y allá en el fondo está la muerte si no corremos y llegamos antes y comprendemos que ya no importa."


julio cortázar (1914 - 1984)

26 giugno 2005

7. ligthy light.

bevo una vasca da bagno d’acqua, appena rientrato a casa. gl’occhi ancora infatuati cercano il gioco di luci, di antichi suoni, di aromi variegati a cui sono stati prematuramente strappati, e – come uno di quei casi in cui un arto, subito dopo esser stato tagliato, sèguita a muoversi incosciente del fatto di essere già orfano di un tutto – essi, quasi con accanimento cieco, ancora vedono, ascoltano, assaporano.
e ancora sulla lingua sento giacere la consistenza granulosa di zuppa di patate, fagioli, funghi e farro; e ogni ingrediente si distende tutto, prende possesso del proprio spazio con disciplina semplice e gentile.



c’è da dire che la nostra serata dei dilettanti – come la definirebbe vinicio, e anche manuela – è iniziata sotto una cattiva stella, portandoci per certe ragioni un po’ alla deriva qua e là; poi però, proprio quando il nostro navigare si era fatto sconfortato e quasi surreale, lo scenario è improvvisamente mutato e d’incanto, davanti agl’occhi di sabrina, luigi, francesco e ai miei, lo spirito di perle del sannio come dugenta, sant’agata dei goti, solopaca o guardia sanframondi si è coagulato in una sagra piovuta dal cielo nel centro di benevento, col suo bagaglio di pizziche, tarantelle, vino rosso e visi di gente ingenua e affascinante, e sontuosa nelle loro espressioni semplici.

non me la toglierà mai nessuno dalla mente la luce negl’occhi di francesco mentre diceva – sono troppo contento!
e io pure! io pure ero contento france’! io pure!
e tutti si stava seduti su panche di legno lunghe, e si faceva amicizia come pazzi, e sabrina, che fa amicizia pure con le pietre (infatti ogni tanto se ti giri trovi sabrina che allegra chiacchiera con una pietra) rideva e rilanciava con un gruppo che veniva da chissà dove e che si era spazzolato l’inverosimile.
e si parlava di tanti argomenti, tutti di poco conto e forse per questo interessantissimi, e io ti stavo anche per scrivere che stavo proprio bene; ma proprio in quel’istante mi hanno riempito il bicchiere e io ho bevuto, ho bevuto con tutto me stesso, ho bevuto me stesso, e ho lasciato che tutto fluisse.
felice e curioso, allegro e bendisposto, incredulo e profondamente grato ad ognuno.



mi piace questa umanità, mi piace il bagaglio leggero con cui viaggia.
e stasera mi addormento stringendo qualcosa di insolito tra le dita, e mi torna in mente quella frase che dice ‘non prendere quello che non puoi lasciare’.

23 giugno 2005

6. meltin' pot.

mi faccio piccolo, inosservabile e leggero in questo mondo che ribolle, e che ribollendo emette suoni sulle basse che fanno vacillare la coscienza.
se una coscienza la si ha, questo è chiaro.

e ribollendo tutto si rimescola, tutte le fondamenta si sciolgono, tutti i capisaldi cessano di essere così saldi e di andare a capo. e la mia voce – che pure spesso ho elevato alta e spiegata fino a graffiarmi la gola – si fa parola accorata. anzi, meno: si fa un sussurro, degradando a una giaculatoria scura e distillata.
e sento tutte le voci: sento da ogni angolo della terra suggellarsi parole, commerciarsi sentimenti, arrischiarsi idee, proclamarsi arringhe, pontificarsi suppliche e farneticarsi offese.
tutto in un blob senza capo ne’ coda, confluire tutto in una parola sola, fatta di fantastiliardi di sillabe. ognuna dal peso specifico di un buco nero, ognuna tanto non necessaria quanto indispensabile.

in tutto questo io cammino quieto – ché ho sempre avuto un po’ il discutibile gusto dell’esser vagamente irriverente, e – sfrontato – di sfidar le cose che appaiono come troppo grandi per essere sfidate – cammino, dicevo, e faccio come se tutto questo riguardasse tutto all’infuori che me.
e chiudo gl’occhi, e ad occhi chiusi procuro di far ridere occhi freschi e nuovi.

20 giugno 2005

5. lezioni sartriane.

ho iniziato le mie lezioni sartriane. le ho iniziate ieri, in una mattina calda e carica di magnetismi, di attese e di aspettative, di turbolenze cercate, eccitate, provocate e subite. la mente rivolta a molto, e pure a di più; e il benvenuto potrebbe condensarsi in queste parole, pagina 16 de ’la nausea’: ‘se non sbaglio, tutti questi segni che s’affollano sono precursori d’un nuovo capovolgimento della mia vita, ebbene, ho paura. non già che la mia vita sia ricca, o greve, o preziosa. ma ho paura di quello che sta per nascere, che sta per impadronirsi di me… e trascinarmi, dove? […] che debba risvegliarmi, tra qualche mese, tra qualche anno, stremato, deluso, in mezzo a nuove rovine? vorrei vederci chiaro, in me, prima che sia troppo tardi’. "ecco, è un buon inizio" - ho pensato.
da questa chiara apertura comprendo con nitidezza che le mie lezioni sartriane si giocheranno sostanzialmente sul piano delle risonanze; poche pagine, brevi concetti, asciutti sostantivi, grevi figure retoriche e il mio corpo è già in vibrazione, in assonanza, e si muove indipendente. qualcosa si è innescato, e la quiete borghese e un po’ ottusa di stamattina ne è una prova probabilmente. anche se non saprei bene definirne la natura profonda.



ho iniziato le mie lezioni sartriane. come gesto d’anarchia e di ribellione. con mano appassionata e viscerale. le ho iniziate ieri, in una mattina carica di segreti e di languori. di sensualità per certi versi vaporizzata su ogni cosa.
ed è una vertigine, un febbrile momento, sentire di non voler sprecare questa nuova possibilità.
buon compleanno signor sartre.

18 giugno 2005

4. aeree compagnie.










- è una voliera.
- una voliera?
- si.
- e a cosa serve?
hervé joncour teneva fissi gli occhi su quei disegni.
- tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice, la spalanchi e li guardi volar via.

alessandro baricco (1958)

17 giugno 2005

3. landscape.

dovreste vedere quello che vedo io: sbracciarsi di alberi frondosissimi e parecchi piedi vertiginosi, ripido incupirsi di compatti banchi nuvolosi, l’aria aggirarsi circospetta e calda a sufficienza da imperlarmi polsi e vene delle mani.

dovreste trovare un espediente, qualcosa però di semplice e geniale (perché la semplicità ha sempre in se’ il seme del genio) per bene vedere riverberi taglienti, fiammelle intermittenti di case, accomodate laggiù, dove il mondo bruscamente vira verso un sud che pure se mi sporgo sulle punte proprio non riesco a vedere dove va a cacciarsi.

dovreste necessariamente inventarvi una maniera per dare un’occhiata a cani panciuti, qualcuno con un proprio capitale di mammelle. satelliti moscerini fare la corte a stanziali scatole di legno per frutta.


di tutto questo non ho mai abbastanza, e me ne scopro innamorato, e mi viene in mente una breve poesia di konsandinos kavafis, che fa


hai detto: "per altre terre andrò per altro mare.
altra città, più amabile di questa - dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto -
ci sarà pure. fino a quando patirò questa mia inerzia?
dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina".

non troverai altro luogo non troverai altro mare.
la città ti verrà dietro. andrai vagando
per le stesse strade.
invecchierai nello stesso quartiere.
imbiancherai in queste stesse case. sempre
farai capo a questa città. altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.



bella vero? la lezione è dolce e chiara. semplice, fresca e accorata.
vi sorrido forte.

16 giugno 2005

2. ticket parking.

bebo e cigala parevano farsi un po’ i fatti loro mentre riprovavano due o tre volte di fila ‘inolvidable’ all’acquacetosa. a me pareva che gli veniva bene, e certe volte i musicisti non li capisco con questa cosa di accanirsi a voler appianare dettagli che nessun orecchio sarebbe capace di sindacare. il popolo sonnacchioso di sfaccendati e di senzatetto faceva capannelli spensierati e sfumacchianti, insomma tutte cose con una ‘s’ davanti, e tutti si era un po’ corresponsabili ognuno con il suo personale patrimonio di inadeguatezze, e tutti si pensava un po’ alle faccende proprie, con un fatalismo così snob da non poter impedire a una qualche specie di risata compulsiva di affiorare alle labbra.

allora io mi sono chiesto nel momento esatto in cui hai preso la mia mano e l’altra tua intorno alla mia vita, in un parcheggio enorme e un po’ sepolto sotto uno strato di collosa umidità, per iniziarmi a un ballo che ti sgorgava da qualche parte e che avevi - questo mi pareva proprio chiaro - trattenuto per troppo troppo tempo; mi sono chiesto dicevo, dove mi avresti condotto con i tuoi pochi anni e quel languore negl’occhi.
e sorridevi. e tanto. ed eri un po’ falegname tu, questo va detto, alle prese con un pezzo di legno come me; e insistevi, giovane, accanto alla portiera dell’auto aperta e al motore acceso; insistevi gentile e pazientemente femmina. gli sfaccendati passavano e nessuno faceva caso a nessuno, in un esempio di tolleranza e di accettazione che avrebbe gonfiato il cuore di qualsiasi mandela. e tu li, mano che abbracciava la mia mano, dita che tessevano le mie dita, fianchi che affrancavano i miei fianchi. reciproci antichi dolori a evaporare. e io te lo devo dire me lo sono chiesto, in un parcheggio enorme e un po’ dimenticato, dov’è che mi avresti condotto.
e una cosa è chiara, più delle risposte che pure non cerco, una cosa di più vale - come dice rilke - ed è tenersi care le domande stesse.

un... dos... tres... quatro… e bebo e cigala riattaccano ancora con ’inolvidable’.

15 giugno 2005

1. run time error.

e all’improvviso tutto si rivela, tutto parla. senza clamori, senza preavviso.
con un invito fatto di trama tenue o poco più. qualcosa grida, mi spinge al viaggio, da un piano profondo, sepolto, eppure non troppo spesso da impedire alla richiesta di giungere in superficie e farsi voce spiegata.

vivo giorni ubriachi, preparatòri; vivo la pausa più che la nota, la punteggiatura più che la parola. ma il viaggio tutto è debitore verso questa empasse, e io sono debitore al viaggio.
e desidero la vertigine dell’abbandono, il gusto del martirio, la necessità della sconfitta.
io, in fondo già così professionista dell’inopportuno, della causa persa, dell’effetto collaterale e fuori luogo.