bevo una vasca da bagno d’acqua, appena rientrato a casa. gl’occhi ancora infatuati cercano il gioco di luci, di antichi suoni, di aromi variegati a cui sono stati prematuramente strappati, e – come uno di quei casi in cui un arto, subito dopo esser stato tagliato, sèguita a muoversi incosciente del fatto di essere già orfano di un tutto – essi, quasi con accanimento cieco, ancora vedono, ascoltano, assaporano.
e ancora sulla lingua sento giacere la consistenza granulosa di zuppa di patate, fagioli, funghi e farro; e ogni ingrediente si distende tutto, prende possesso del proprio spazio con disciplina semplice e gentile.
c’è da dire che la nostra serata dei dilettanti – come la definirebbe vinicio, e anche manuela – è iniziata sotto una cattiva stella, portandoci per certe ragioni un po’ alla deriva qua e là; poi però, proprio quando il nostro navigare si era fatto sconfortato e quasi surreale, lo scenario è improvvisamente mutato e d’incanto, davanti agl’occhi di sabrina, luigi, francesco e ai miei, lo spirito di perle del sannio come dugenta, sant’agata dei goti, solopaca o guardia sanframondi si è coagulato in una sagra piovuta dal cielo nel centro di benevento, col suo bagaglio di pizziche, tarantelle, vino rosso e visi di gente ingenua e affascinante, e sontuosa nelle loro espressioni semplici.
non me la toglierà mai nessuno dalla mente la luce negl’occhi di francesco mentre diceva – sono troppo contento!
e io pure! io pure ero contento france’! io pure!
e tutti si stava seduti su panche di legno lunghe, e si faceva amicizia come pazzi, e sabrina, che fa amicizia pure con le pietre (infatti ogni tanto se ti giri trovi sabrina che allegra chiacchiera con una pietra) rideva e rilanciava con un gruppo che veniva da chissà dove e che si era spazzolato l’inverosimile.
e si parlava di tanti argomenti, tutti di poco conto e forse per questo interessantissimi, e io ti stavo anche per scrivere che stavo proprio bene; ma proprio in quel’istante mi hanno riempito il bicchiere e io ho bevuto, ho bevuto con tutto me stesso, ho bevuto me stesso, e ho lasciato che tutto fluisse.
felice e curioso, allegro e bendisposto, incredulo e profondamente grato ad ognuno.
mi piace questa umanità, mi piace il bagaglio leggero con cui viaggia.
e stasera mi addormento stringendo qualcosa di insolito tra le dita, e mi torna in mente quella frase che dice ‘non prendere quello che non puoi lasciare’.